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Paul Léautaud, piccolo classico del Novecento e mito discreto, aveva fatto nella sua vita ciň che ognuno almeno una volta ha vagheggiato: aveva trasformato una gelosa, ermetica solitudine in un osservatorio sulle assurditŕ e le bassezze del tempo. Ed anche questi tre racconti non concedono nulla di prevedibile al lettore: buoni sentimenti, riferimenti ideologici, appartenenze letterarie, perfino l'inevitabile speranza, di ciň tutto č estraneo a una scrittura che odia ogni preziosismo e resta elegantissima e crudele mentre affonda nelle lacerazioni di una vita: "Nessuno mi avrŕ conosciuto. Sono stato, sotto il mio riso, il disincanto, la disperazione assoluta. Non l'ho mai mostrato per pudore, nel timore del ridicolo". Il primo dei tre, "Il piccolo amico," č una cronaca-confessione di straziante distacco, pur nell'immagine che vuol offrire di quasi gaio cinismo, del suo rapporto con la madre eterna assente: Léautaud, abbandonato a pochi giorni dalla nascita, la rivide solo dopo vent'anni (tranne per brevi incontri occasionali) e ne fu appassionato cosě intensamente da turbarla e spingerla ad allontanarsi per sempre. Gli altri due racconti si riconnettono in realtŕ a quel travolgente amore: "In memoriam" ricorda la morte del padre e "Amori", ancora una storia di abbandono, racconta della prima esperienza erotica e del primo innamoramento per una "amica" che poi dovette sposare il suo protettore.
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