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Che cosa accade a Dio quando proviamo a nominarlo? E che cosa accade all'infinito quando lo costringiamo dentro una parola?
Il Dio limitato nasce da un paradosso semplice e radicale: se Dio è infinito, ogni parola con cui tentiamo di definirlo è necessariamente più piccola di ciò che pretende di esprimere. La voce, il nome, la scrittura, il libro sacro, la teologia e persino il silenzio diventano allora strumenti attraverso i quali l'essere umano cerca di avvicinarsi all'illimitato e, nello stesso momento, inevitabilmente lo circoscrive.
Giovanni Croce parte dal passaggio dalla tradizione orale alla parola scritta per interrogare il rapporto fra infinito e determinazione. Nella voce il racconto rimane mobile, mutevole, continuamente riaperto dalla trasmissione; nella scrittura acquista invece confini, parole stabili, una prima e un'ultima pagina. Ma è davvero Dio a essere limitato oppure è soltanto la nostra rappresentazione di Dio a esserlo?
Da questa domanda prende forma un percorso che attraversa filosofia, religione, semiotica e matematica. Il mistero del Tetragramma יהוה, scritto ma sottratto alla pronuncia ordinaria, incontra il λόγος del Vangelo di Giovanni; lo Tzimtzum della Qabbalah pone il problema vertiginoso di un infinito che si contrae affinché il finito possa apparire; il Deus sive Natura di Spinoza conduce alla questione della determinazione e della negazione; Cantor e Gödel mostrano, su un terreno completamente diverso, quanto siano complessi i rapporti fra infinito, formalizzazione e limite; le geometrie non euclidee mettono in discussione ciò che sembrava necessario; infine la celebre intuizione di Alfred Korzybski, la mappa non è il territorio, diventa una chiave per comprendere l'intero problema: la parola Dio non è Dio, così come la rappresentazione dell'infinito non è l'infinito.
Anche piccoli segni acquistano allora un significato inatteso. Perché alcuni ebrei osservanti preferiscono scrivere D-o invece di Dio? Che cosa significa lasciare una lacuna proprio dentro il nome? E quale rapporto esiste fra il concetto coranico di āya, il segno, e una parola che indica il divino senza pretendere di coincidere con esso?
Il Dio limitato non cerca di dimostrare Dio e non propone una nuova teologia. Cerca qualcosa di più sottile: comprendere che cosa facciamo noi quando diciamo "Dio". Perché forse il limite che incontriamo parlando dell'infinito non appartiene all'infinito, ma al nostro linguaggio, ai nostri concetti, ai nostri sistemi e alla nostra stessa capacità di rappresentare.
Un saggio breve sull'infinito e sulle parole con cui tentiamo di contenerlo, costruito attorno a una domanda che diventa progressivamente più inquietante: quando definiamo Dio, stiamo comprendendo qualcosa di Dio o stiamo semplicemente tracciando il confine della nostra mente?
Perché forse noi limitiamo Dio sempre. Ma il limite che tracciamo non ci dice dove finisce Dio: ci dice dove finiamo noi.